Avrei guardato le stelle, e mi sarei divertito a contarle, a calcolare il battito della loro luce, a scrutarne la frequenza, a immaginare i mondi che orbitano attorno a ognuna di esse.
Invece sto seduto, e osservo il buio.
Il cielo disegna ombre scure, trame imperscrutabili, logaritmi senza soluzione, giochi di una logica disarmante tanto è semplice unire punti inesistenti, i luoghi dove l’immaginazione e il reale si uniscono per plasmare l’impossibile.
Dà vita all’Infinito il mio sguardo, perso nella forma della ragione. E lo vedo cavalcare la fantasia, lucciole che danzano al battito dell’universo, oscurità che è possibile scavare come terra molle, fino ad arrivare in fondo, dove la ragione si ribella e scappa via, gatto impaurito da un rumore improvviso, e si nasconde dietro l’angolo del tempo che si ferma ad aspettare pensieri saettanti, topi in fila a cercare vie di fuga.
Mi arrendo.
Sulle spalle sento il peso del reale.
Ritorno ad essere ciò che sono e il cuore si arrende.
Vorrei fuggire per tuffarmi dove gli uomini non possono “volere”, dove nessuno ha l’arma del ricatto e la povertà è solo un concetto che si stempera nella gioia di appartenere all’Infinito.
In piazza S. Pietro quest’anno ci sarà un albero che ha vissuto 120 anni prima di essere tagliato e trasportato a Roma.
Questo è il venticinquesimo anno che si rinnova questa tradizione.
L’albero di natale non fa parte della tradizione cristiana, non appartiene alla religiosità e come tale e resta un simbolo, se non pagano, strettamente laico.
Dopo le feste natalizie, il legno dell’albero sarà usato per costruire giocattoli per i bambini bisognosi e panchine per le scuole. Magra consolazione, io voto per il presepe.

E’ caduto un pezzo di cielo.
Ho camminato alla ricerca del dono, il mio. E sto ancora cercando, procedendo a tentoni, a volte con la sicurezza di incontrare l’altra parte dell’infinito, quella da cui ci siamo separati per cadere sulla terra.
Tra poco è Natale, sarebbe un giorno come gli altri, un altro passo compiuto verso il termine, un altro centimetro verso di Lui.
Mi sono smarrito, l’ho dimenticato, qualcuno mi ha detto che da soli non si arriva, che ci si ferma a scavare nel ventre della terra, sicuri che non c’è niente da trovare.
Piccole tracce, sottilissimi filamenti che si spezzano troppo facilmente, persone che puntano il dito verso l’Infinito indicandoti il traguardo possibile, gocce di ghiaccio che sublimano nell’inferno di questa esistenza, che amaramente va alla deriva e non ti lascia scorgere il bello della sofferenza, e anneghi in essa, e non speri, e non sai guardare oltre l’angoscia che ti rende cieco.
Poi apri gli occhi e vedi un sorriso.
-Io ci sono, ti voglio bene.
Gli amici… tra non molto ne nascerà un altro.
