Che meraviglia
Era disperato.
Alzo lo sguardo al cielo, gli sembrò l’unica cosa utile che, in quel momento, potesse fare. Migliaia di spilli punsero i suoi occhi. Li stropicciò e la frustrazione usurpò il desiderio di farlo ancora.
“Non si può guardare il sole se non si è luce” - pensò.
I viandanti portavano a casa le borse della spesa. Ventiquattrore celavano segreti infami o mezzi panini del pranzo svogliato.
“Che meraviglia” - pensò di nuovo.
Un gatto girovagava alla ricerca di avanzi puzzolenti, mentre un vecchio cercava di allontanarlo roteando il bastone: “Via, brutta bestiaccia”.
Il colore cupo dei palazzi della metropoli vomitava fuliggine, incrostazioni di follia collettiva, progresso ingiallito dalle oscure trame della civiltà.
Panni stesi, gocciolanti di noia e lavoro, di solitudine e esistenze accelerate, corse che non si fermano se non un attimo prima della morte, si affacciavano quieti da un parapetto.
Due ragazzi si baciavano, stretti nel caldo tepore dei loro aliti.
Uccelli starnazzanti sfrecciavano nel cielo terso di un’estate afosa. I piccioni, tranquilli, attendevano briciole.
“Vorrei potermi accontentare anch’io delle briciole, ma non ho briciole”.
Un disoccupato attendeva la sua dose di fortuna. Giovani scellerati scippavano una stanca vecchina. Gli immigrati vantavano la loro merce ed il colore della pelle, distinguo, linea che spezza a metà l’uomo e l’umanità.
“Che meraviglia”
Alzò di nuovo lo sguardo, gli occhi lacrimarono ancora.
“Che meraviglia la normalità”.






















