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lunedì, 03 settembre 2007

(V) Non Uccidere

Era troppo il tempo che doveva ancora vivere, troppa la distanze che lo separava da un riposo tanto atteso, infinito lo spazio vissuto tra l’inizio della sua esistenza ed il momento presente, quell’attimo che valeva l’intera sua vita.
 
Ad alcuni i fallimenti danno l’ebbrezza del rinnovo, ad altri offrono un varco facile attraverso il quale poter fuggire, ma, come ogni facile conclusione, quella della fuga è un abbandono alla disperazione, un liquefarsi inerme come ghiaccio sotto il sole cocente dell’esistenza.
La penombra della stanza assicurava al suo cuore la quiete necessaria, alla sua mente la calma e la tranquillità giusta per quell’ultimo rito, quell’estremo sacrificio a se stesso, a quel dio che s’incarnava in lui quando doveva giudicare se stesso e gli altri; dio, quel dio, se stesso.
 
Era seduto con accanto la sua disperazione e nessun altro.
La vita, fino a quel punto, gli era apparsa possibile, vera. L’aveva pregustata sotto ogni sua forma e nessun aspettativa fu mai disattesa. L’aveva vissuta come una gara tra se stesso ed il resto dell’umanità, come se l’intero creato fosse a lui solo destinato, come un isola tra i mari burrascosi dell’esistenza, dove ogni creatura dovesse e potesse trovare sollievo solo approdando al suo porto.
Era seduto con accanto la sua disperazione e nessun altro.
Senza misura del tempo, un luogo e un attimo che si dilatavano all’infinito, dove il tempo pareva aver cementato la sabbia in quella clessidra immaginaria, dove il mondo al di fuori di quella stanza era svanito come un sogno che si infrange al risveglio.
I movimenti erano lenti, come gli anni vissuti. La mano che doveva compiere l’atto sembrava appartenere ad un altro, ad una persona che era sempre stata con lui ma che non aveva mai conosciuto.
 
Crediamo di appartenerci, ma spesso scopriamo che non siamo quello che volevamo. Scopriamo di avere percorso strade e sentieri sconosciuti, di avere praticato fiumi e torrenti, vie comode e altrettanti sconnessi cammini, eppure non uno solo passo ci ha portato dove abbiamo sperato. Siamo stati come acqua caduta dal cielo che anela al suo mare e chi viene trascesa dal sole prima di giungere ad esso. Siamo molecole in balia degli atomi che le compongono, siamo l’essenza che spesso diviene assenza, siamo un grido muto che non sa elevarsi al cielo.
 
Ogni isola è destinata ad essere approdo per naufraghi e, ognuna di essa deve essere capace di accogliere la miseria per farne pane quotidiano.
Un attimo ancora prima che il suo gesto divenisse per sempre.
In quell’attimo ebbe pietà per se stesso e l’azione che stava per compiere gli apparve quasi comica, l’esibizione di un pagliaccio che, con il suo amaro ghigno cerca di far sorridere il pubblico, ma rivelò solo la sua profonda disperazione, la rabbia verso il suo esistere, la compiacenza per ciò che stava concludendo.
Non ebbe altre esitazioni. Nella sua mente il battere di un tamburo scandiva l’avvicinarsi del battito ultimo, ma il suo cuore aveva smesso di battere tempo prima, quando l’angoscia aveva preso il posto della sua anima, quando al suo creatore aveva sostituito se stesso, quel giorno in cui il sonno cominciò ad essere senza sogni e l’attesa senza tempo.
Rabbrividì udendo lo sparo che lacerò in un sol colpo il silenzio, la sua esistenza e la sua disperazione.
Terminava così la sua vita, tra il dubbio di non essere mai vissuto e la certezza dell’azione compiuta, tra la paura di una vita di speranza e la meraviglia di chi gli era vissuto accanto. Un attimo che gli fece percepire la paura del nulla, la materializzazione dell’inesistente , l’insistente negazione del tutto.
Adesso era questo.
Atomo dopo atomo riempirono il vuoto lasciato dalla sua esistenza, attesero pazienti di ricomporsi di nuovo in un armonica creatura e la sua anima non fu mai esistita se non per l’eterna attesa dell’Amore che non avrebbe mai incontrato.
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categoria: frammenti, comandamenti
lunedì, 13 agosto 2007

VIII - Non dire falsa testimonianza

Non sentiva niente di diverso, tutto era immutato e il tempo continuava a scorrere lento come il sangue nelle sue vene, anzi no, perché il sangue adesso le sembrava essere divenuto più fluido.

Lo immaginava come un fiume che trasportava tante barche e, ognuna di esse era ricolma di beni di ogni tipo. Su una vedeva una montagna di pane, su un'altra frutta di ogni specie, dove i colori si fondevano in un abbraccio e si stringevano l’un l’altro fino a comporre un bellissimo quadro, come quelli visti sui libri di scuola, come quelli del Caravaggio, la natura che si prende cura degli uomini, di quelli che sono e… di quelli che saranno; su altre ancora festanti persone, ognuna con il suo dono tra le mani: una processione continua, un tributo volontario a chi sarebbe esistito.

 

Eppure nel suo corpo nulla era cambiato; il colore della pelle, gli occhi scuri e lo sguardo profondo, le sue mani pronte ad afferrare la vita e a stringerla con decisione fino a condurla per le strade che le apparivano opportune.

Niente, osservando il suo corpo dall’esterno, offriva indizi che facessero percepire il cambiamento in atto, l’atto che diviene essere, l’azione silenziosa che si rende palese, la vita che si presenta in un'altra vita, come matrioske infinite, l’una nel cuore dell’altra e l’ultima sempre pronta ad accoglierne un'altra. Un eterno ed infinito creare, un cerchio che comprende se stesso.

Niente, nessun indizio se non le sue sensazioni, le sue percezioni che adesso affilavano le armi come soldati pronti alla battaglia.

Era come ammirare un quadro di Kandiskij, insignificante alla vista ma profondamente toccante per l’anima, ciò che fa comprendere la differenza tra il guardare ed il vedere. Come banalmente leggere nell’anima di chi lo ha dipinto.

 

E nell’anima e soltanto di quella percepiva adesso la nuova esistenza.

Il tempo doveva dilatarsi per far posto ad altro tempo, perché quando si nasce si crea altro tempo, altri giorni, altri anni ancora vuoti ma pronti per essere riempiti di quella sostanza che viene creata nell’attimo in cui si concepisce una vita.

E allora, quando si disdegna la vita che sta per esistere, il suo tempo di ritrae, ritorna al non essere, vive nell’attesa eterna e la sua contrazione è per sempre. Atomi congelati da mani e cuori simili ad  arpioni e pietre.

 

Le avevano detto che poche cellule non potevano chiamarsi “uomo”, che il frenetico moltiplicarsi di queste non assumeva significato fino al primo vagito.

Nulla poteva dimostrare quella vita che nasceva, nessun cambiamento, nessuno poteva giustificare che tutto questo fosse un uomo.

Lei no, lei lo sentiva, lei le era testimone, lei non poteva dire falsa testimonianza.

Tutto questo esisteva in assonanza con il suo essere e mai nessuno avrebbe potuto dire il contrario.

 

Fu chiuso tra le pagine di un libro
Nascosto tra i fiori bagnati del mattino
Privato dei battiti del suo esistere.
 
Gli fu tolta la voce e il fiato
La vista e la luce del giorno
Le stelle e la meravigliosa luna.
 
Fu privato dell’umano amore
Del caldo abbraccio materno
Dei sorrisi deliziosi della nonna.
 
Non ebbe attimi per pensare
Giorni per costruire
Anni da ricordare
 
Non possedette
non occupò spazi terreni
non conquistò nessun amore.
 
Ma nessuno
potè dire
Che fosse mai esistito.
 

 

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categoria: pensieri, poesie, prosa, comandamenti
domenica, 15 luglio 2007

9-10 Non desiderare la roba e la donna di altri.

Quando si affacciava dalla finestra vedeva un enorme distesa di cemento e tetti tinti di bianco. Le strade si incrociavano in modo ordinato e, in esse, la vita scorreva a fiumi. Milioni di storie da raccontare, migliaia di drammi che si consumavano sotto il suo sguardo inconsapevole, vicende personali misteriose e impenetrabili si dipanavano nel caotico eppure ordinato andare delle auto e delle persone.
Ogni tanto scorgeva muti dialoghi che a gesti significavano il loro contenuto. Gesti a tratti quieti, altri frenetici e convulsi, ma pur sempre muti. I rumori della strada si mescolavano a neomelodiche canzoni di radio a tutto volume e voci indefinite, a urla di bambini capricciosi e a quelle di mamme isteriche. L’estrema povertà del luogo dava l’idea di una felicità inesistente se non nella innaturale soddisfazione di chi sedeva di fronte ad uno schermo al plasma inserito in un arredamento essenziale, di mobili una volta lucidi e laccati a cui il tempo aveva inflitto rughe che avevano cancellato l’originaria bellezza.
Iniziava sempre da quel balcone al settimo piano il suo viaggio.
Non c’era nulla  di più semplice che sognare guardando la strada e la sconfinata vastità di quel quartiere di periferia, la colorata processione di auto e di gente, le insegne dipinte a mano dei poveri negozi e, in lontananza, quella enorme e luminosa del supermercato francese.
Dove l’occhio non poteva arrivare, arrivava la sua fantasia, la sua fervida immaginazione, il suo appassionato sognare. Vedeva tutto. In quel futuro che prendeva sostanza nella sua mente, tutto era possibile. La sua povertà si trasformava in ricchezza, possedeva auto potenti e donne attraenti e dolcissime, il suo linguaggio diveniva forbito e il suo vestire raffinato. Dismetteva quel berretto bianco e la sua chioma, sfibrata e sbrindellata, diveniva lucida e “brillantinata”, con il codino che gli scendeva sulla giacca nera a righe bianche e faceva abbinamento con le scarpe di vernice lucida., perché anche nei sogni si resta quello che si è.
Immaginava di fumare sigari cubani, perché a lui era vietato fumare durante il suo lavoro. La pizzeria, pur se modesta, pretendeva stile e consuetudini consoni ad un luogo dove si celebrava la vera napoletanità. In quel suo andare, il colore della pummarola aveva lo stesso colore della sua auto, il basilico il colore delle foglie degli alberi a cui attaccava la sua amaca lasciandosi dolcemente cullare, la morbida e liscia pasta era la pelle della sua avvenente ragazza di turno, perché non si può immaginare ciò che non si è mai posseduto, perché immaginazione e desiderio hanno la stessa distanza del possesso e della ricchezza.
Eppure tutto ciò lo immaginava solo suo, mai posseduto da nessuno, puro e semplice come acqua che fluisce da un rubinetto, portato alla sua mente dai tubi della più genuina immaginazione.
Non invidia, dunque, ma un viaggio nell’anima e per l’anima. Lo stratagemma per continuare a sopportare l’estremo disagio che quella vita gli poneva in essere, una costruzione fantastica e che mai si sarebbe realizzata se non attraverso un miracolo.
Non c’era confusione tra il reale e l’immaginato. La sua vita la teneva ben stretta tra le mani, il suo segreto ben custodito nelle plissettature della sua personale utopia, l’imperante malessere veniva trasfigurato in continuazione in beato benessere.
Un salutare e profondo respiro, lo sguardo di nuovo alla strada, alla realtà. La voce dell’anziana madre che richiamava la sua attenzione alla cena pronta. Il suo tranquillo rifocillarsi, il suo bicchiere di vino, il pane fresco e il profumo della carne arrostita.
Sorrideva adesso. Sorrideva all’idea che quel suo mondo era il migliore possibile.
Guardava la mamma e l’amava, solo a lei riusciva a sorridere con le labbra aperte e scopriva i suoi denti rari e scuri. Solo lei gli era da invidiare e null’altro.
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categoria: pensieri, visioni, sogni, comandamenti