Non sentiva niente di diverso, tutto era immutato e il tempo continuava a scorrere lento come il sangue nelle sue vene, anzi no, perché il sangue adesso le sembrava essere divenuto più fluido.
Lo immaginava come un fiume che trasportava tante barche e, ognuna di esse era ricolma di beni di ogni tipo. Su una vedeva una montagna di pane, su un'altra frutta di ogni specie, dove i colori si fondevano in un abbraccio e si stringevano l’un l’altro fino a comporre un bellissimo quadro, come quelli visti sui libri di scuola, come quelli del Caravaggio, la natura che si prende cura degli uomini, di quelli che sono e… di quelli che saranno; su altre ancora festanti persone, ognuna con il suo dono tra le mani: una processione continua, un tributo volontario a chi sarebbe esistito.
Eppure nel suo corpo nulla era cambiato; il colore della pelle, gli occhi scuri e lo sguardo profondo, le sue mani pronte ad afferrare la vita e a stringerla con decisione fino a condurla per le strade che le apparivano opportune.
Niente, osservando il suo corpo dall’esterno, offriva indizi che facessero percepire il cambiamento in atto, l’atto che diviene essere, l’azione silenziosa che si rende palese, la vita che si presenta in un'altra vita, come matrioske infinite, l’una nel cuore dell’altra e l’ultima sempre pronta ad accoglierne un'altra. Un eterno ed infinito creare, un cerchio che comprende se stesso.
Niente, nessun indizio se non le sue sensazioni, le sue percezioni che adesso affilavano le armi come soldati pronti alla battaglia.
Era come ammirare un quadro di Kandiskij, insignificante alla vista ma profondamente toccante per l’anima, ciò che fa comprendere la differenza tra il guardare ed il vedere. Come banalmente leggere nell’anima di chi lo ha dipinto.
E nell’anima e soltanto di quella percepiva adesso la nuova esistenza.
Il tempo doveva dilatarsi per far posto ad altro tempo, perché quando si nasce si crea altro tempo, altri giorni, altri anni ancora vuoti ma pronti per essere riempiti di quella sostanza che viene creata nell’attimo in cui si concepisce una vita.
E allora, quando si disdegna la vita che sta per esistere, il suo tempo di ritrae, ritorna al non essere, vive nell’attesa eterna e la sua contrazione è per sempre. Atomi congelati da mani e cuori simili ad arpioni e pietre.
Le avevano detto che poche cellule non potevano chiamarsi “uomo”, che il frenetico moltiplicarsi di queste non assumeva significato fino al primo vagito.
Nulla poteva dimostrare quella vita che nasceva, nessun cambiamento, nessuno poteva giustificare che tutto questo fosse un uomo.
Lei no, lei lo sentiva, lei le era testimone, lei non poteva dire falsa testimonianza.
Tutto questo esisteva in assonanza con il suo essere e mai nessuno avrebbe potuto dire il contrario.
Quando si affacciava dalla finestra vedeva un enorme distesa di cemento e tetti tinti di bianco. Le strade si incrociavano in modo ordinato e, in esse, la vita scorreva a fiumi. Milioni di storie da raccontare, migliaia di drammi che si consumavano sotto il suo sguardo inconsapevole, vicende personali misteriose e impenetrabili si dipanavano nel caotico eppure ordinato andare delle auto e delle persone.