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venerdì, 29 agosto 2008

Incipit

Merda, merda, merda.

Lo avevano gridato con tutto il fiato che avevano in gola e, adesso, erano carichi, lo spettacolo poteva iniziare.

Le luci, da quelle in fondo alla sala, cominciarono a spegnersi, poi il buio completo ed il sipario che si apriva.

Sul palco i due attori stemperavano l’adrenalina succhiando aria come caramelle alla menta. Un cono di luce li investì ed un applauso scrosciante ruppe il silenzio frenando il brusio che, fino a quel momento, era stato ininterrotto.

Uno dei due inspirò forte, chiuse per un attimo gli occhi e ricompose il copione nella memoria.

-Mi hai tradito. Mi hai tradito e lo hai fatto con la mia migliore amica.

-Non avrei voluto, il cuore ha fatto cilecca, la mente si è fermata nell’attimo del piacere, l’istinto ha vinto. E’ accaduto. Adesso non posso rimediare.

Una voce solitaria emerse dalla platea: -Voce. - gridò.

Fu come rompere un incanto, falciare il grano non ancora maturo, sciogliere nel fuoco acqua bollente.

Non avrebbe dovuto farlo.

L’amnesia scompose i ricordi di Marco, udì dei fischi. Ciò che non avrebbe mai voluto succedesse, si stava realizzando. Guardò nel buio cercando di raggiungere con lo sguardo quella voce. Scosse la testa, girò le spalle al pubblico pagante e andò via.

Di lui non restò altro che il ricordo, il suo sguardo perso, le sue mani magre ed affusolate, la sensibilità di un cuore che nessuno mai era riuscito a scalzare.

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categoria: estratto
domenica, 20 luglio 2008

Supermercato di periferia

[Entrammo nel supermercato, il primo, quello più vicino casa nostra…]
.........

-Le taglio un bel pezzo di pecorino piccante? - chiese l’energumeno dietro al bancone, producendo un movimento con la fronte e guardandomi di traverso.

-Questo fa resuscitare i morti, dotto’. - aggiunse mostrandomi una forma di formaggio e strizzando l’occhio. Una chiara allusione alle sue proprietà afrodisiache. Leggende a cui solo gli stupidi potevano credere.

Preferii non rispondere, mi pareva fuori luogo, anche perché, ormai, gli occhi di tutti i clienti in fila erano puntati su di me.

-Allora, dotto’, vene faccio due etti? - incalzò il furfante.

-Senta, non abbiamo nessun morto da resuscitare, quindi, lasci perdere e ci dia solo quello che le chiediamo.

-Certo, dotto’. Cosa vi posso servire?

Mi girai verso Eleonora e feci un cenno con la testa per farle intendere che doveva scegliere lei. Il manigoldo dietro al banco non si fece sfuggire la breve pausa che separò l’ordine dalla decisione di Eleonora.

-Dotto’, a me mi sembra di averla vista. Lavora per caso in televisione?

-No, sono un giornalista. - risposi con tono secco.

-E’ un onore per noi avere un giornalista tra i nostri clienti. Sicuro che non vuole un po’ di pecorino piccante? Glielo offro io, non ve lo faccio pagare.

-Guardi, le ho già detto che non ne abbiamo bisogno.

-Per forza dotto’. Altro che formaggio piccante, ci vogliono gli estintori. - strizzò di nuovo  l’occhio.

-Appena ha finito di fare il cretino potrebbe servirci? Ci sono clienti in fila che aspettano.

-Dottò, quelli muoiono dalla voglia di sapere lei chi è. Perché non lo dice a tutti e ci fa felici?

-Scusi, ma saranno pure cavoli miei. Le ho già detto che sono un giornalista, abito a pochi passi da voi, ma già mi sta venendo voglia di trasferirmi.

-Vi capisco, voi siete gente di cultura, benestanti. Vi volete trasferire al Vomero?

-E perché proprio al Vomero?

-Là ci sta la gente per bene. I ricchi, i giornalisti, gli attori. Tutte persone importanti.

-Lasciamo perdere. Ci serva per cortesia, abbiamo fretta.

Eleonora fece l’ordine ed il commesso ripose tutto in una borsa di plastica. Feci un cenno con la mano per salutarlo e gli si accese lo sguardo.

-Dottò, il pecorino l’ho messo nella carta gialla.

Pagai velocemente la spesa. L’addetto alla cassa continuava a sorridere. La sua grossa pancia doveva contenere tutti gli inciuci del quartiere.

 

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categoria: frammenti, estratto
domenica, 06 luglio 2008

Il Giornalaio

Il numero civico, il dodici, non esisteva. Rifeci il vicolo diverse volte per cercare di seguire la numerazione che sembrava messa a casaccio. Poi un segnale di vita, dietro ad un portone udii delle voci e, prendendo il coraggio a due mani, bussai per chiedere informazioni.

-Cerco Pinuccio Fortunato, il cantante. - chiesi scavando nella gola per trovare un po’ di voce.

-E lei chi siete? - chiese a sua volta il signore calvo e magrissimo che avevo interrogato.

-Sono un giornalista, devo fargli un’intervista per il “Napoli word”.

-E che è nu’ giornale?

-Si, è uno dei più diffusi in città, lei non lo ha mai letto?

-Non so leggere bene, guardo le figure. Qualche volta accatto il giornale rosa, quello che parla do’ napule.

-Si, si… certo. Non sa dirmi di Pinuccio?

-Sta di casa in fondo alla strada. Vedete quella porta verde? Bussate, qualcuno prima o poi verrà ad aprirvi.

-Quella porta laggiù? E’ sicuro? A me sembra l’ingresso per la casa diroccata che sta dietro.

-Andate, andate. Là ci abita Pinuccio o’ cantante. Mo scusate, vado di pressa, devo andare a faticare. Mica sono come i giornalai che guadagnano un sacco di milioni al giorno.

-Volesse il cielo. Comunque sono un giornalista, non un giornalaio.

-E che differenza fa? Sempre di giornali si tratta. Ma poi, scusate, avete qualcosa contro i giornalai? No, perché mio cugino sta nello stesso settore vostro, ha un’edicola a via Toledo. Lo conoscete?

-Non ho niente contro i giornalai e non conosco vostro cugino. Non posso mica conoscere tutte le edicole di Napoli?

-Vabbè, io vi saluto. Se incontrate mio cugino nel vostro giornale, me lo salutate.

“Si, certo” - pensai - “al massimo nel mio giornale, tuo cugino ci può stare nella cronaca nera, tra i morti ammazzati”.

Lo salutai con un cenno della mano e lui sfrecciò via veloce su una vespa cinquanta bianca e semidistrutta.

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categoria: frammenti, napoli, estratto