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giovedì, 25 dicembre 2008

E' sera.

Avrei guardato le stelle, e mi sarei divertito a contarle, a calcolare il battito della loro luce, a scrutarne la frequenza, a immaginare i mondi che orbitano attorno a ognuna di esse.

Invece sto seduto, e osservo il buio.

Il cielo disegna ombre scure, trame imperscrutabili, logaritmi senza soluzione, giochi di una logica disarmante tanto è semplice unire punti inesistenti, i luoghi dove l’immaginazione e il reale si uniscono per plasmare l’impossibile.

Dà vita all’Infinito il mio sguardo, perso nella forma della ragione. E lo vedo cavalcare la fantasia, lucciole che danzano al battito dell’universo, oscurità che è possibile scavare come terra molle, fino ad arrivare in fondo, dove la ragione si ribella e scappa via, gatto impaurito da un rumore improvviso, e si nasconde dietro l’angolo del tempo che si ferma ad aspettare pensieri saettanti, topi in fila a cercare vie di fuga.

Mi arrendo.

Sulle spalle sento il peso del reale.

Ritorno ad essere ciò che sono e il cuore si arrende.

Vorrei fuggire per tuffarmi dove gli uomini non possono “volere”, dove nessuno ha l’arma del ricatto e la povertà è solo un concetto che si stempera nella gioia di appartenere all’Infinito.

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categoria: pensieri, visioni, frammenti, prosa
lunedì, 15 dicembre 2008

A natale si può...

 

Se per caso ti capitasse di passare dalle mie parti, e ti trovassi davanti ad un portone chiuso, sappi che quella è casa mia.

Ho chiuso a chiave, non aprirò mai più.

Non voglio uomini dove abito, non voglio donne né bambini, né santi né peccatori.

Se per caso ti capitasse di passare dalle mie parti, sappi che quella nuvola che vedi nel cielo, è la nebbia che ha oscurato la mia anima, che non è più trasparente… sappi anche che la colpa è tua, della tua indifferenza, del disinteresse con cui l’hai trattata, della sciatteria, la tua, nei confronti dell’esistenza.

A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai. Uccidimi dunque, strappami il cuore, continua a rimestare nelle torbide acque del tuo egoismo, mangia con ingordigia un profumato panettone e squartami il petto come fai con quelli che vomitano l’aria della fame.

Se per caso ti capitasse di passare dalle mie parti, e ti trovassi davanti ad un portone chiuso, accertati di essere armato fino ai denti prima di bussare.



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categoria: pensieri, frammenti, natale
martedì, 09 dicembre 2008

Domani

Domani non sarà diverso da oggi. Il tempo scorrerà uguale, i minuti si rincorreranno con lo stesso ritmo, il sole sorgerà e tramonterà, ci saranno la luna e le stelle, forse la pioggia, ma non sarà diverso.
Il cielo sarà uno soffio di azzurro sospeso nell’immenso, con gli aerei a sfregiarlo e gli uccelli ad accarezzare l’idea dell’infinito, un volo che non termina nemmeno quando il sole tramonta dietro l’arco dell’orizzonte, dove il limite si perde e sembra precipitare in un baratro senza fine.
Ci saranno sorrisi e pianti, uomini e donne in affanno o a sgualcirsi l’anima dentro fumosi cabaret, a offrire sguardi a baratto, carezze e tormenti a chi è incapace di essere amato.
Non sarà diverso amare ed odiare, disperare o confidare in un altro giorno, gridare o tramutare l’angoscia in speranza.
Nasceranno bambini, moriranno persone e idee, si ricreeranno utopie e nuovi concetti, ma non saremo capaci di cancellare i pregiudizi, oggi come ieri. E domani non sarà diverso.
Come sempre aprirò la porta e camminerò per il mondo: è strano chiamare mondo questa piccola città, eppure lo è. Come è strano pensarmi parte dell’umanità. Io, una microscopica consistenza, tre etti di cuore e poco più di un chilo di cervello, tre grammi di anima…
Tre grammi di anima che sperano nell’Infinito.
Domani non sarà diverso da oggi, domani sarà uguale perché avrò la stessa speranza.

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categoria: pensieri, vita, frammenti, prosa
sabato, 06 dicembre 2008

Sguardo mancato

Se mi avessi guardato un attimo in più, mi avresti scoperto arrampicato su un raggio di luna, ad attenderti, a spiare i tuoi movimenti, a sperare che la vita sovrabbondasse con i suoi doni verso di te.

(No: che cavolo significa “arrampicato su un raggio di luna”?)

Se mi avessi guardato un attimo in più, avresti capito che nei miei occhi si nasconde l’estasi di un futuro incerto, di mani che si rincorrono e dita che si intrecciano, parapiglia di confusi sentimenti.

(Mmmmm. Questa è più di effetto, ma è troppo facile descrivere così).

Se mi avessi guardato un attimo in più, oggi sarei diverso, distante da questo mondo che sto vivendo. Avresti generato istanti differenti, attimi indissolubilmente legati a quel tuo sguardo. Ti avrei sorriso e avremmo camminato insieme verso lo stesso orizzonte. E’ bastato quell’attimo in meno a farmi essere ciò che sono.

(Ingarbugliata e pessimisticamente filosofica. Non va bene).

Se mi avessi guardato quel giorno. Un attimo, un attimo solo. Avrei raccolto la luce dei tuoi occhi per illuminare il futuro, avrei costruito altre lune e altri soli, dilaniato il buio che si annida nelle strette maglie dell’anima, avrei sconfitto i draghi cattivi dell’esistenza e brandito la spada della coscienza. Sarei stato il tuo guerriero, principe che combatte contro chi uccide la fantasia.

(E che è? Mi sembra un racconto di Harmony).

Se ,mi avessi guardato un attimo in più, non avrei potuto provare a scrivere un’ode al tuo sguardo mancato.

(Ma poi chissenefrega?)

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categoria: letteratura, frammenti, sperimentazione
sabato, 06 dicembre 2008

Agnese Espedito

Mi presento.

Sono una donna, Agnese Espedito. Ho trentadue anni e un lavoro fisso che non mi soddisfa. D’altra parte cosa pretendere di questi tempi? Già averlo è un miracolo, biasimarlo sarebbe come sputare nel piatto in cui si mangia.
Ho imparato che la vita ti da quello che vuole, raramente, o mai, quello che desideri.
Vorrei raccontarvi di quella volta che ho deciso di cambiare la mia esistenza, quel maledetto giorno in cui avevo pensato che ciò che avevo vissuto fino a quel momento, era goccia di acqua che si perdeva nell’oceano della sovrabbondanza, quel fiume in piena che ti travolge mentre guardi la televisione, ascolti la radio, leggi certe riviste patinate, dove i sorrisi delle modelle si stemperano nei sogni di chi guarda, ascolta o legge.
Un sequela continua di molestie nascoste dietro i muri di un benessere millantato, ingigantito quanto il televisore al plasma che ho comprato a rate: dodici, ventiquattro, trentasei, quarantotto, e via, fino a non poterle più contare, fino a quando senti che fanno parte della tua esistenza, defecazione naturale, bisogno fisiologico.
Ho una figlia, sedici anni, frequenta il liceo scientifico. Bella come il sole, molto più di me che gli uomini ancora sbavano per avermi.
Ma volevo raccontarvi di quel giorno. Lorenza, così si chiama mia figlia, mi aveva chiesto di comprarle un vestitino nuovo per il suo compleanno. Rosso, mi aveva detto, rosso come il sole al tramonto, rosso e con un fiocco dello stesso colore a contornare la sua vita snella e perfetta. Feci di conto, girai con lo sguardo per la stanza, osservai il frigo, il frullatore nuovo, il televisore, il portatile sempre acceso e, su una mensola nell’angolo, il ritratto del mio ex: il bastardo! Erano tutte cose utili, forse non indispensabili, ma utili, tranne il ritratto del bastardo.
Se fossi stato un uomo non avrei preso la stessa decisione, ma ero donna… ero, ho detto.
Comprai il vestito a mia figlia…
Scusate, stanno suonando al citofono, vado ad aprire.
Nell’attesa vado in bagno, mi lavo e profumo la mia pelle, cospargo il mio corpo con essenze meravigliose.
Sento la porta aprirsi, mi stendo sul letto e allargo le gambe.
-Fa presto. - gli dico.
Si avvicina, appoggia sul comodino quattro, fruscianti, banconote da cinquanta euro.
Lo sento ansimare.
Ero una donna… ero, ho detto. Se fossi stato uomo, mi avrebbero osannato.

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categoria: frammenti
giovedì, 04 dicembre 2008

Quando l'ispirazione manca.

Volete sapere perché sto ridendo? Adesso ve lo racconto.

Sono uscito dopo essermi accorto che mancava il latte. Ho aperto la porta e mi sono ritrovato in strada.

Ho incontrato la vecchia del piano di sotto.

-Buonasera signor Carlo. - mi ha detto con la sua voce penetrante.

-Sera mamma Rosa. - ho risposto chiamandola come tutti gli altri del palazzo.

-Vuole essere così gentile da aiutarmi a portare la spesa di sopra? - mi ha chiesto supplichevole.

Come potevo dirle di no. Si può negare l’aiuto ad una vecchina così dolce?

Rosa è un po’ la mamma di tutti. L’abbiamo adottata quando si è rotta un’anca e non poteva più camminare.

Armato di buona pazienza le ho tolto la borsa dalle mani e le ho sorriso.

-Accidenti, quanto pesa. - ho detto accentuando la sensazione di fatica.

Mi ha sorriso. Quanto è dolce quando sorride.

Ho sbirciato nella borsa, aveva due mezze bottiglie di latte fresco.

-Me ne presta una bottiglia? Non ho voglia di arrivare in piazza per comprarne una.

-Non posso, mi dispiace. Ai gatti poi, cosa do?

-Non ha niente altro da dargli?

-E lei non ha niente altro da mangiare?

-A dire il vero, si. Però avevo voglia di una buona tazza di latte caldo.

-Questo è per i gatti! - mi ha risposto categorica.

-Le fa ancora molto male l’anca? - le ho chiesto.

-Abbastanza da non permettermi di correre ma, piano piano, cammino benissimo.

In un baleno ho sfilato una bottiglia dalla borsa e sono corso via.

-Brutto mascalzone. - ha gridato.

Ancora sta bussando alla mia porta sperando che l’apro.

Il latte l’ho  bevuto tutto.

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categoria: frammenti, cavolate
sabato, 29 novembre 2008

Febbricitando*

Salendo,

di felicità si muore, o si vive a stento. Eppure si sale, s’ambisce la vetta, si suda, si bestemmia, si trema e si teme.

Fossi un altro direi cose diverse, ma sono io. Non sto salendo, mi sono parcheggiato in uno spigolo di tempo, di attese gelate e prospettive falsate, angoli che non rendono la visione dell’essere, esistenza che si scivola addosso, sfregando  contro se stessa… e si fa male nell’attesa.

Riprendo il cammino a tratti, stando fermo, mi muovo con la mente e tiro per il braccio il corpo che attende, pesante come un macigno di duro piperno. Mi volto e mi osservo ad osservarmi, meravigliandomi della voglia di continuare a salire. Rispondo a domande che nessuno mi ha posto, rispondo a me stesso che indago il futuro.

Il futuro è adesso: tic

Il futuro è adesso: tac

Il futuro è adesso: tic

Il futuro è adesso: tac

Il futuro è l’istante prossimo e, mentre lo immagini, è già trascorso. Il futuro è passato, il presente un attimo che diviene futuro se lo pensi, e passato al batter di una ciglia.

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categoria: pensieri, riflessioni, frammenti, sperimentazione
mercoledì, 19 novembre 2008

Per te, amore mio.

Non so trafficar coi soldi, ne’ coi sentimenti.

Forse un destino, un fato avverso, oppure l’ingerenza della Chiesa, che quella, in qualche modo, c’entra sempre.

Ci hanno provato sai? A farmi cambiare, a spazzolarmi il cuore per ripulirlo della fiducia che nutro verso il prossimo.

Vani tentativi… tentativi vani, m’avrebbe corretto un’amica.

Eppure continuo a sentirmi Uomo, quindi più fragile, più incline all’errore, perché gli uomini sono perfettibili, ed io sono uomo.

Quelli che si travestono da buoni, nascondendo fattezze di bestie, s’aggrappano, ti spogliano, lacerano i sogni e ne fanno volare i frammenti, li spargono dove non è possibile riprenderli, seppur in parte.

Si sono aggrappati anche a me e non mi hanno trasformato.

Continuo a sbagliare, a non riconoscere l’inganno. Continuo a camminare verso la meta, e so che condividi questa scelta.

Riuscirò a ricoprirti d’oro, ma non sarà luccicante. L’oro di cui ti rivestirò sarà solo il prezioso dono che la vita mi ha fatto, ciò che Dio ha voluto per me: il non saper trafficare coi soldi ne’ coi sentimenti.

E sto ad attendere, forse c’è ricompensa.

Intanto

chiedo perdono

o scusa, se non c’è dolo.

Non so trafficar coi sentimenti… non so se sia un’attenuante. Oppure dovrei imparare a discernere l’amore dall’amore.

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categoria: pensieri, vita, frammenti, dediche
sabato, 15 novembre 2008

AnaulE

Dormiva, era morta, svenuta?

Non lo sapeva, era solo cosciente della mancanza di percezione.

Un giorno, benedetto o maledetto, non sta a me giudicare, il destino volle che Mary affrontasse la prova più infame che la vita potesse riservarle: perdere il contatto con la realtà, quella che aveva conosciuto fino a un istante prima. Quel “tipo” di realtà che ti fa piangere o ridere, eccitare guardando negli occhi l’innamorato, prendere tre in matematica o essere bocciati all’esame di guida.

Sto scrivendo senza occhiali, ci vedo poco e male. Il monitor lo devo tenere a non più di dieci centimetri dagli occhi, altrimenti scompare, non esiste, continua ad essere un oggetto presente solo nella mia mente.

Scusate la divagazione, era per farmi perdonare qualche errore di battitura. ;) (Perdonatemi anche l’uso dell’emoticon, ma non riuscivo a rendere diversamente l’idea).

Dicevo di Mary.

Lunghi anni ad aspettare una presa di coscienza, anni in cui l’unica speranza era riposta nell’attenta cura di infermieri e volontari.

All’inizio qualcuno provò anche a parlarle, ma lei viveva la sua realtà; il monitor era a più di dieci centimetri dai suoi occhi.

Lunghi anni ad aspettare che la cosciente mancanza di percezione, divenisse presenza e qualcuno si accorgesse di lei.

Aprì gli occhi un istante prima che sorella morte tagliasse il filo che la teneva ancorata alla realtà precedente: “Dio! Non riuscite a comprendere che siete voi che non avete percezione del mio essere?”.

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categoria: pensieri, frammenti, dediche, attualità
martedì, 11 novembre 2008

Che meraviglia

Era disperato.

Alzo lo sguardo al cielo, gli sembrò l’unica cosa utile che, in quel momento, potesse fare. Migliaia di spilli punsero i suoi occhi. Li stropicciò e la frustrazione  usurpò il desiderio di farlo ancora.

“Non si può guardare il sole se non si è luce” - pensò.

I viandanti portavano a casa le borse della spesa. Ventiquattrore celavano segreti infami o mezzi panini del pranzo svogliato.

“Che meraviglia” - pensò di nuovo.

Un gatto girovagava alla ricerca di avanzi puzzolenti, mentre un vecchio cercava di allontanarlo roteando il bastone: “Via, brutta bestiaccia”.

Il colore cupo dei palazzi della metropoli vomitava fuliggine, incrostazioni di follia collettiva, progresso ingiallito dalle oscure trame della civiltà.

Panni stesi, gocciolanti di noia e lavoro, di solitudine e esistenze accelerate, corse che non si fermano se non un attimo prima della morte, si affacciavano quieti da un parapetto.

Due ragazzi si baciavano, stretti nel caldo tepore dei loro aliti.

Uccelli starnazzanti sfrecciavano nel cielo terso di un’estate afosa. I piccioni, tranquilli, attendevano briciole.

“Vorrei potermi accontentare anch’io delle briciole, ma non ho briciole”.

Un disoccupato attendeva la sua dose di fortuna. Giovani scellerati scippavano una stanca vecchina. Gli immigrati vantavano la loro merce ed il colore della pelle, distinguo, linea che spezza a metà l’uomo e l’umanità.

“Che meraviglia”

Alzò di nuovo lo sguardo, gli occhi lacrimarono ancora.

“Che meraviglia la normalità”.

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