Il mondo che sarà
“Ah, dimenticavo di dirvi che tutto questo deve rimanere tra di noi”. - disse il generale con tono persuasivo prima di chiudere la porta alle sue spalle.
I convenuti si guardarono e nei loro sguardi fu facile leggere il raccapriccio.
Il silenzio scese come colla liquida e appiccicò i rumori nelle imbottiture delle poltrone. Nulla si udiva se non il respiro dei presenti e qualche lungo sospiro che serviva, ad alcuni, per stemperare l’orrore.
“D’altra parte, credo non ci sia altra soluzione”. - la voce del russo Budimir spezzò il sortilegio.
Il traduttore simultaneo ripeté la frase in sette lingue. La voce meccanica si propagò nel salone dei congressi e si perse sui muri imbottiti, echi stantii caddero sul pavimento di moquette bordò e si persero tra le sue maglie fitte.
“Ne siamo sicuri?”. - chiese Atsuyo, primo ministro giapponese, donna di grande temperamento e forti passioni.
“Abbiamo valutato tutte le possibili alternative, non c’è altra via da perseguire”. - rispose l’italiano Rinaldi, più per dovere che per convinzione.
“Quando avete intenzione di cominciare?”
“Praticamente subito. Non abbiamo altro margine di tempo. Le scorte alimentari sono ai minimi storici, la delinquenza comune aumenta in modo esponenziale giorno dopo giorno, la mafia ha ormai il monopolio di tutte le grandi risorse del globo. Noi abbiamo il dovere di intervenire e non è detto che la cura sia meno dolorosa della malattia”.
Atsuyo abbassò la testa e iniziò a tamburellare con le dita sul tavolino.
“L’esercito interverrà con azioni mirate. Cominceremo dagli zingari, poi sarà il turno degli stati dell’India, quelli più poveri. Si passerà, in un secondo tempo, all’Africa nera, per poi arrivare - e questo sarà l’atto più doloroso - alla Cina. Ma tutto dovrà sembrare normale. Nessuno dovrà scorgere in ciò che accade il segno di un istinto di conservazione delle nazioni più potenti”.
Atsuyo scosse la testa: “Ci saranno centinaia di milioni di vittime”.
“No, primo ministro, saranno miliardi. Quattro miliardi e duecentocinquantamila, per la precisione. Non deve farsene una colpa, pensi al suo popolo, ai suoi affamati, alla disoccupazione dilagante, ai senzatetto. Non possiamo continuare ad affamare i nostri figli per tenere in vita quella gente”.
“C’è posto per tutti”. - provò a dire lo spagnolo Ramos.
Lo sguardo glaciale del presidente statunitense gli raggelò il sangue nelle vene.





















