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giovedì, 13 novembre 2008

Il mondo che sarà

“Ah, dimenticavo di dirvi che tutto questo deve rimanere tra di noi”. - disse il generale con tono persuasivo prima di chiudere la porta alle sue spalle.

I convenuti si guardarono e nei loro sguardi fu facile leggere il raccapriccio.

Il silenzio scese come colla liquida e appiccicò i rumori nelle imbottiture delle poltrone. Nulla si udiva se non il respiro dei presenti e qualche lungo sospiro che serviva, ad alcuni, per stemperare l’orrore.

“D’altra parte, credo non ci sia altra soluzione”. - la voce del russo Budimir spezzò il sortilegio.

Il traduttore simultaneo ripeté la frase in sette lingue. La voce meccanica si propagò nel salone dei congressi e si perse sui muri imbottiti, echi stantii caddero sul pavimento di moquette bordò e si persero tra le sue maglie fitte.

“Ne siamo sicuri?”. - chiese Atsuyo, primo ministro giapponese, donna di grande temperamento e forti passioni.

“Abbiamo valutato tutte le possibili alternative, non c’è altra via da perseguire”. - rispose l’italiano Rinaldi, più per dovere che per convinzione.

“Quando avete intenzione di cominciare?”

“Praticamente subito. Non abbiamo altro margine di tempo. Le scorte alimentari sono ai minimi storici, la delinquenza comune aumenta in modo esponenziale giorno dopo giorno, la mafia ha ormai il monopolio di tutte le grandi risorse del globo. Noi abbiamo il dovere di intervenire e non è detto che la cura sia meno dolorosa della malattia”.

Atsuyo abbassò la testa e iniziò a tamburellare con le dita sul tavolino.

“L’esercito interverrà con azioni mirate. Cominceremo dagli zingari, poi sarà il turno degli stati dell’India, quelli più poveri. Si passerà, in un secondo tempo, all’Africa nera, per poi arrivare - e questo sarà l’atto più doloroso - alla Cina. Ma tutto dovrà sembrare normale. Nessuno dovrà scorgere in ciò che accade il segno di un istinto di conservazione delle nazioni più potenti”.

Atsuyo scosse la testa: “Ci saranno centinaia di milioni di vittime”.

“No, primo ministro, saranno miliardi. Quattro miliardi e duecentocinquantamila, per la precisione. Non deve farsene una colpa, pensi al suo popolo, ai suoi affamati, alla disoccupazione dilagante, ai senzatetto. Non possiamo continuare ad affamare i nostri figli per tenere in vita quella gente”.

“C’è posto per tutti”. - provò a dire lo spagnolo Ramos.

Lo sguardo glaciale del presidente statunitense gli raggelò il sangue nelle vene.

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categoria: incipit
venerdì, 16 maggio 2008

Incipit (fortemente "non" autobiografico)

Ebbi un'ossessione, una sola, ciò che mi perseguitò per tutta la vita. M'inseguì come un cane fedele, un docile cucciolo, un'amante assidua che mai mi perse di vista.
Mi inchinai all'idea che fosse parte di me, il fondo del mio esistere, una presenza continua e devastante. Cos'era? L'assillo, il tormento, ciò che leggete.

La chiamai ossessione, e tale era. Scrivere è per me quanto di più bello si possa fare nella vita. Scrivo sempre, in ogni ora del giorno e della notte, su tutto ciò che mi capita a tiro, anche sulla carta igienica. Ho nelle tasche della giacca, centina di foglietti con appunti, scarabocchi, parole che scopro essere senza senso, ma che certamente ne avevano uno quando le ho riportate.
Ricordo di aver scritto il primo racconto quando ancora frequentavo le elementari. Quella storia adesso mi sfugge, ma ricordo perfettamente il quaderno su cui stendevo le parole, spillato, con una copertina colorata di rosso e nero. No, non sono i colori della squadra per cui tifo, quello della mia è l'azzurro, il colore del cielo, quello senza nuvole, quello che ti da la voglia di gioire anche quando non potresti farlo.
Dimenticai per un tempo questa mia passione, preso da altro. L'adolescenza pretendeva svaghi, gli ormoni si ribellavano alla staticità dello scrittore, la bicicletta e le ragazze presero il posto della penna, però la conservai gelosamente in un angolo dell'anima, dove potesse rifocillarsi, continuamente, con il cibo dell'esperienza e della sofferenza, perché, vi assicuro, che dove non c'è sofferenza, non si può creare.
Questo tavolo, la luce soffusa, la libreria alle mie spalle, le pile di fogli di fianco alla tastiera, tutto concorre a darmi l'immagine di ciò che sono... o di quello che vorrei essere.
Mi immaginate proprio così, vero? Invece devo deludervi. Mi piace scrivere alla luce del sole, le pile di fogli sparsi mi danno noia, non sopporto l'odore dei libri vecchi, non sono un topo di biblioteca. Le mie mani corrono veloci sulla tastiera, solo quando la mente comincia a creare, che ci sia la luce o il buio, non importa. Ciò che è veramente importante, è che ci sia qualcuno  disposto a leggere ciò che scrivo. Dimenticare qualche virgola, non è un dilemma, il click che odo è dolce anche quando serve per correggere. Non sono perfetto, anzi, se lo fossi, fingerei il contrario. Adesso, scusate, accendo la luce. Non fate caso alla mia aria stanca, è finta anche quella, serve per darmi l'aria dello scrittore maledetto, va di moda. La luce mi serve per dar vita al prossimo racconto, quello che sto per scrivere, quello che, ci crediate oppure no, ha il sapore dell'inimmaginabile ed il gusto del mistero. L'appetito vien mangiando. Seguitemi, non ve ne pentirete, potrebbe essere l'ultima volta che mi leggete.

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categoria: frammenti, incipit