Si racconta ancora oggi, sull’antica origine di Napoli, che la sirena Partenope, affranta perché con il suo canto non era riuscita a far innamorare Ulisse, si uccise ed il suo corpo alla deriva si incagliò sugli scogli di Megaride, ove oggi sorge Castel dell’Ovo.
Seicento anni prima che Cristo apparisse sulla terra, Napoli era solo un piccolo scalo commerciale.
Qualche secolo dopo, i greci decisero di fondare una vera città e la chiamarono Neapolis, città nuova.
Per sua sfortuna o per fortuna, non era una città bellicosa ma, presto, dovette difendersi dagli attacchi dei vicini sanniti e dei romani. Questi ultimi la conquistarono una prima volta nel 326.
Da allora un susseguirsi continuo di invasioni e conquiste.
Fu dei Bizantini e poi dei Goti. Poi di nuovo dei Bizantini. Fu degli Sveva, Angioina e Aragonese, Spagnola, Borbonica e Francese.
Non fu mai dei barbari, unica isola di civiltà durante la loro invasione.
E oggi?
Oggi Napoli si lascia conquistare dai moderni barbari, che mangiano la loro città da dentro, come vermi che divorano un cadavere. Putridi piaghe da cui fuoriesce un fetore malsano e inquietante, mani che dilaniano carni già martoriate dalla storia, mostri nascosti tra i banchi di tribunali fasulli, seduti accanto ai sacerdoti del dio denaro, a far comunella con comandanti e giudici, avvocati del demonio e usurpatori del buon vivere.
Ci hanno invaso ancora una volta. Ci hanno conquistato e non ce ne accorgiamo. Chiusi nelle discoteche dello sballo, nei ristoranti di Mergellina, nel lusso degli antichi palazzi del centro storico, non vogliamo più combattere.
Ci siamo inchinati al conquistatore, gli abbiamo dato vite e sangue, pianto e grida. Lo serviamo come padre amorevole, un padre che ogni giorno mangia un po’ di se stesso.
Attendiamo, incuranti e pigri, il prossimo sparo, rumore che squarcia il silenzio, che uccide la carne e non sfiora le coscienze, che è il gioco perverso della tranquillità contro la civiltà.
Stendiamo un rosso tappeto. Il re sta arrivando. Giullari e buffoni, cortigiani e donzelle, danzate, cantate, dimenticate.
La sirena è pronta a suicidarsi di nuovo!