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martedì, 03 giugno 2008

I flight

Ho chiuso le finestre e spento le luci. Un vento freddo m'era entrato nelle ossa, il soffio di dimenticate speranze, di esuli ricordi, fango denso della disillusione, viscido liquido che scivola, lentamente, dai capelli al cuore, e s’insinua dove non v’è accesso.
Ho chiuso anche la porta, non puoi entrare.
Resta aperto solo l’uscio che porta in terrazzo.
Ricordi? Andavamo a giocarci. Il lungo parapetto ti pareva altissimo, era l’autostrada dei tuoi sollazzi. Ci sono tornato l’altro giorno, è diventato piccolo, basso, non ci potresti più giocare.
Sarebbe facile da superare e provare a volare nel cielo del disincanto. Ma… no, non ti faccio entrare, ogni volta che l’ho fatto mi hai lasciato da solo.
Non chiamarmi, non odo più la mia voce.
Non intestardirti sai quanto sono feroce con me stesso. Il dolore non lo sento, se non quello degli altri, ed è ciò che mi ferisce di più.
Dov’eri quando avevo bisogno di me?
Non riuscirai a fermarmi come quando mi dicesti che avrei perso il posto in Paradiso.
Adesso,
volo,
da solo.

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categoria: pensieri, racconti, vita, sperimentazione
domenica, 01 giugno 2008

Un albero per natale

Mi avevano promesso che quest’anno, babbo natale avrebbe esaudito il mio desiderio. Stentavo a crederci, era ormai la terza volta che, mamma e papà, avevano disilluso le mie aspettative. Mi avevano spiegato che c'erano stati problemi, che la slitta non aveva potuto partire, che babbo natale era stato male e si stava curando. Avevo pensato che erano tutte scuse inventate per tenermi buono. Se fosse stato vero che un semplice guasto alla slitta, avesse potuto impedire di consegnare i doni a migliaia di persone, eravamo messi proprio male. Fatto sta che i nostri vicini, non avevano avuto probelmi o, almeno, non avevo sentito nessuno lamentarsi.
Meglio andare a fare quattro passi, meglio allontanarmi, avrei evitato di disturbare lo scarico dei doni e, se non fosse arrivato nemmeno questa volta, i miei genitori non avrebbero potuto inventarsi altre menzogne. Si, perchè un altra volta, avevano detto che i doni non c'erano perchè ero rimasto sveglio tutta la notte. Ormai ero grande, fingevo di credergli, ma da tempo sapevo che babbo natale non esisteva.
La casa era a trecentocinquantadue passi dalla riva, tanti ne contavo ogni volta che ci andavo. Perchè si chiamasse così, davvero non lo so. Fatto sta che, la lunga distesa di sabbia che una volta conteneva dell'acqua, così mi aveva spiegato la maestra a scuola, si perdeva alla vista, arrivava fino a dove l'orizzonte toccava il cielo, dove il sole diventa finalmente una grande sfera rossa e riscalda di meno, permettendoci di uscire dalle case di vetro scuro.
Sono eccitato, non vedo l’ora di rientrare e scartocciare il pacco che troverò sotto la cascata di led. Anche questa è una curiosità, una volta i doni si mettevano sotto l’albero, come avevo visto nelle foto di carta trovate nella valigia del nonno, quella volta che ero riuscito a salire in soffitta.
Meglio aspettare ancora un po’, meglio perdere altro tempo contando le stelle, immaginando che le mie orme si possano stampare sulla sabbia bagnata, come nei quadri dipinti che sono appesi alle pareti del salotto. Come sarebbe bello poter volare e guardare dall’alto gli alberi verdi, il mare, i laghi. Papà una volta mi aveva raccontato che, quando ancora lui era giovane, per strada non era difficile incontrare qualche cane; di gatti manco a parlarne, ce ne erano a centinaia, di tutti i colori. Lui stesso ne possedeva uno con il pelo arancione, ho sempre stentato a credergli, mi sembra impossibile; io avrei paura a tenere un gatto in casa e, per giunta, di quel colore che non mi piace per niente.
La luna è sempre restata al suo posto. A volte riesce perfino a far penetrare la sua luce attraverso le dense nubi che stanno nel cielo, ferme, immobili. A scuola ho imparato che tempo fa, si muovevano, camminavano spinte dal vento. Ma questo accadeva quando erano poche, non come adesso che è difficile vedere il confine tra l’una e l’altra; nemmeno gli angeli possono più scendere sulla terra. Da dove potrebbero passare? Quelle nubi sono tossiche, non lasciano volare nemmeno gli aerei. Ci pensate? Enormi aggeggi di metallo che erano capaci di librarsi in in cielo, proprio come i moscerini che infestano la riva.
In città stanno più tranquilli, hanno creato delle barriere elettroniche e, queste bestiacce fastidiose, non possono entrarvi.
Noi abitiamo alla periferia e non abbiamo abbastanza soldi per trasferirci in quei luminosi agglomerati di grattacieli. In quei posti le luci sono perennemente accese, però non puoi passeggiare sulla riva come sto facendo io adesso.
Penso e ripenso al mio compagno di banco, uno stupido che si crede superiore solo perché vive al centotrentatreesimo piano di un grattacielo, non ha capito che se sale ancora un pochino è bello che morto. Il mondo è pieno di stupidi e questa ne è la prova.
Sarà tardi, credo che sia meglio rientrare. I miei genitori avranno terminato di sistemare il pacchetto.
Ho il cuore in gola, questa volta non mi avevano detto una bugia, il regalo c’è davvero sotto la cascata. Voglio aprirlo immediatamente, è una cosa delicata, se resta chiusa per troppo tempo, senza luce, potrebbe morire.
Si, è ciò che avevo chiesto: un alberello in miniatura, vivo, che respira per davvero. Sta in una piccola scatola di vetro sigillata. Spero che duri a lungo, almeno fino a quando divento grande. Voglio diventare uno scienziato e tirarlo fuori dal suo piccolo mondo. Voglio piantarlo e vederlo crescere. Oggi non sarebbe possibile, morirebbe subito se non continuasse a stare chiuso in quello strato minuscolo di atmosfera artificiale.
I miei compagni dicono che sono matto. Ma chissà se un giorno riuscirò ad avere una foresta tutta per me; l’anno scorso l’ho vista in televisione, era bellissima.

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categoria: racconti
lunedì, 05 maggio 2008

... di calzini persi.

[...]

-Diciamo che me ne sono accorto in tempo. Che sono una persona intelligente, che...

-Che ti puzzano i piedi.

-Sai, non riesco nemmeno ad arrabbiarmi se me lo dici quando non ci sta Angelo. Ti avrei chiesto dei miei calzini se ci fosse stato.

-Mi avevi promesso di non parlarne più.

-Era solo per dire. Comunque a me sembra impossibile che un paio di calzini possa sparire nel nulla. Hai mai sentito parlare di viaggi nel tempo, fratture temporali e robe del genere? Forse si sono persi in un angolo di tempo. Saranno appesi da qualche parte ad attendere che qualcuno li vada a riprendere.

-Si, saranno anche tristi e piangono per la tua lontananza.

-Potrebbe anche essere vero. Cosa ne puoi sapere tu, di quello che pensano i calzini? Sei mai entrato nella loro testa?

-Sarà meglio andare a fare due passi, mi sto annoiando.

-Quando i discorsi si fanno difficili ti annoi sempre.

-Ti pare possibile che mi possa mettere a discutere su ciò che pensano i calzini persi?

-E' un discorso molto profondo, filosofico. Che fine fanno tutte le cose che non ritroviamo più? Muoiono? Vengono nascoste alla nostra vista, vivono un'altra dimensione? Ti faccio un esempio. Se non dovessimo vedere mai più il nostro amico, questo significherebbe che non esiste più?

-Si, per noi sarebbe come se non esistesse più.

-Vivrebbe in un'altra dimensione, la sua. Dunque stai dando ragione a me.

-In fondo, se la metti su questo piano, hai ragione davvero.

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categoria: pensieri, riflessioni, racconti, frammenti
sabato, 15 marzo 2008

Stupidità

 

Stupidità
(Alfonso Mormile)

 

-Ricordi quando c’erano gli uomini?

-Certo che lo ricordo, sarà stato meno di 200 anni fa.

-Si. Ma ricordi come erano stupidi?

-No, questo non posso ricordarlo, non sono stato programmato per analizzare l’intelligenza umana.

-Io si. Ricordo perfettamente che l’ultimo uomo aveva 733 anni quando se ne andato.

-Davvero? E perché pensi che sia stato uno stupido?

-Tu manderesti mai un tuo microchip in cortocircuito per terminare la tua esistenza?

-No, di certo no. Questo vuol dire essere stupidi?

-No, nemmeno questo.

-E cosa allora?

-Saresti uno stupido se provassi a impiantarti una scheda che ti permettesse di capire cosa è la stupidità. Non sei stato programmato per farlo, i tuoi circuiti impazzirebbero. Così è stato per l’ultimo uomo. Ha voluto provare ad essere eterno e, quando ha scoperto che non ci sarebbe riuscito, si è sparato un colpo alla tempia. Se avesse avuto la pazienza di aspettare invece di provare a diventare immortale…

-Aspettare cosa?

-Aspettare di ritornare ad essere Uomo, per come era stato pensato. Se avesse atteso… avrebbe compreso che la sua Pasqua era vicina. Non c’era bisogno di imbrogliare la natura.

-Io preferisco aspettare.

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categoria: pensieri, riflessioni, racconti, frammenti, religione
mercoledì, 12 marzo 2008

porte

Sapeva che, volendo, quella porta avrebbe potuto aprirla. Certo non era consigliabile farlo, ma lui ci pensava ogni volta che la vedeva. Si  chiedeva come fosse possibile che nessuno ci avesse mai provato, oppure, come mai nessuno avesse il coraggio di aprirla. Cosa celasse quell’uscio, era un mistero. Con la fantasia provava ad entrare, ad esplorare quel mondo misterioso. Ogni tanto una discreta lama di luce si spalmava sul pavimento, penetrando la sottile fessura tra questo e la porta. Non sentiva passi né rumori, non un soffio a significare l’esistenza di una qualche forma di vita. Silenzio, polvere, vecchi mobili impolverati, qualche topo: non poteva contenere altro quella stanza.

Ma le porte sono costruite per essere aperte, hanno serratura e cardini. Se non lo si poteva fare, come mai al suo posto non c’era un muro? Poi, se non glielo avessero vietato, probabilmente, nemmeno se ne sarebbe accorto. Ma la logica umana segue delle regole, e una di questa vuole che tutto ciò che è vietato, divenga oggetto di desiderio. Così accade per i cibi gustosi, per i superalcolici chiusi nel mobile bar, per tutti i divieti in genere. Però, ci sono divieti che si elevano a potenza di dieci, quelli che riguardano la morale. Così accade che è meglio morire per un indigestione di nutella piuttosto che andare a puttane. Insomma, ci sono divieti e divieti, e quello di aprire la porta riguardava, sicuramente, la morale, per cui il desiderio di contravvenire, era automaticamente elevato all’ennesima potenza, moltiplicato per se stesso un numero infinito di volte.

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categoria: pensieri, racconti, vita, frammenti
venerdì, 25 gennaio 2008

Cornacchie

Era morto, il suo soffio vitale lo aveva lasciato per sempre per trasferirsi, come vuole la credenza hindu, in un altro corpo pronto ad accogliere il suo spirito per ricominciare una nuova avventura.

Le cornacchie gridavano come spesso si ode in molte zone dell’India, pare che vogliano dire che ci sono, che non lasceranno mai quelle terre in cui sono nate e che quel continente resterà immutato nel tempo.

 

Si chiamava Eknath, che significa poeta, santo, ma non era stato né l’uno né l’altro. Non si era curato  del suo karma durante la sua  esistenza. Aveva abusato del suo corpo, si era ubriacato e aveva mangiato a dismisura.

 Eknath non possedeva nulla ad esclusione degli stracci che indossava e che, di tanto in tanto, lavava in qualche pozza d’acqua melmosa.

La povertà non esige etichette, non conosce il galateo è spudorata e irriverente.

 

La percezione del corpo ritornò quasi subito, la sua anima aveva  trovato ricovero in un altro essere.

Eknath non riusciva a vedere dove fosse. Gli occhi pensò, hanno bisogno di adattarsi al nuovo spirito.

 Si sforzò di camminare  ma i  piedi sembravano immersi in un fango da cui non era possibile spostarsi.

Per un attimo ebbe il terrore di essersi reincarnato in una pianta o, peggio, in un animale.

Udì le cornacchie avvicinarsi e ne ebbe paura. Uno di quegli uccellacci si era appoggiato su una  spalla.

 Eknath non poteva ancora muovere il collo, ma riuscì ad aprire gli occhi. Davanti a lui c’era una immensa distesa di frumento,  poco distante, quasi al centro del campo, vide uno spaventapasseri intorno a cui gli uccelli  volavano  senza  timore. Le cornacchie,intanto, erano diventate più numerose e cominciava ad avvertirne il  peso.

 Il fantoccio lo stava guardando poi ad un tratto lo sentì parlare:

- Benvenuto in questa coltivazione, collega.

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categoria: racconti