Mi avevano promesso che quest’anno, babbo natale avrebbe esaudito il mio desiderio. Stentavo a crederci, era ormai la terza volta che, mamma e papà, avevano disilluso le mie aspettative. Mi avevano spiegato che c'erano stati problemi, che la slitta non aveva potuto partire, che babbo natale era stato male e si stava curando. Avevo pensato che erano tutte scuse inventate per tenermi buono. Se fosse stato vero che un semplice guasto alla slitta, avesse potuto impedire di consegnare i doni a migliaia di persone, eravamo messi proprio male. Fatto sta che i nostri vicini, non avevano avuto probelmi o, almeno, non avevo sentito nessuno lamentarsi.
Meglio andare a fare quattro passi, meglio allontanarmi, avrei evitato di disturbare lo scarico dei doni e, se non fosse arrivato nemmeno questa volta, i miei genitori non avrebbero potuto inventarsi altre menzogne. Si, perchè un altra volta, avevano detto che i doni non c'erano perchè ero rimasto sveglio tutta la notte. Ormai ero grande, fingevo di credergli, ma da tempo sapevo che babbo natale non esisteva.
La casa era a trecentocinquantadue passi dalla riva, tanti ne contavo ogni volta che ci andavo. Perchè si chiamasse così, davvero non lo so. Fatto sta che, la lunga distesa di sabbia che una volta conteneva dell'acqua, così mi aveva spiegato la maestra a scuola, si perdeva alla vista, arrivava fino a dove l'orizzonte toccava il cielo, dove il sole diventa finalmente una grande sfera rossa e riscalda di meno, permettendoci di uscire dalle case di vetro scuro.
Sono eccitato, non vedo l’ora di rientrare e scartocciare il pacco che troverò sotto la cascata di led. Anche questa è una curiosità, una volta i doni si mettevano sotto l’albero, come avevo visto nelle foto di carta trovate nella valigia del nonno, quella volta che ero riuscito a salire in soffitta.
Meglio aspettare ancora un po’, meglio perdere altro tempo contando le stelle, immaginando che le mie orme si possano stampare sulla sabbia bagnata, come nei quadri dipinti che sono appesi alle pareti del salotto. Come sarebbe bello poter volare e guardare dall’alto gli alberi verdi, il mare, i laghi. Papà una volta mi aveva raccontato che, quando ancora lui era giovane, per strada non era difficile incontrare qualche cane; di gatti manco a parlarne, ce ne erano a centinaia, di tutti i colori. Lui stesso ne possedeva uno con il pelo arancione, ho sempre stentato a credergli, mi sembra impossibile; io avrei paura a tenere un gatto in casa e, per giunta, di quel colore che non mi piace per niente.
La luna è sempre restata al suo posto. A volte riesce perfino a far penetrare la sua luce attraverso le dense nubi che stanno nel cielo, ferme, immobili. A scuola ho imparato che tempo fa, si muovevano, camminavano spinte dal vento. Ma questo accadeva quando erano poche, non come adesso che è difficile vedere il confine tra l’una e l’altra; nemmeno gli angeli possono più scendere sulla terra. Da dove potrebbero passare? Quelle nubi sono tossiche, non lasciano volare nemmeno gli aerei. Ci pensate? Enormi aggeggi di metallo che erano capaci di librarsi in in cielo, proprio come i moscerini che infestano la riva.
In città stanno più tranquilli, hanno creato delle barriere elettroniche e, queste bestiacce fastidiose, non possono entrarvi.
Noi abitiamo alla periferia e non abbiamo abbastanza soldi per trasferirci in quei luminosi agglomerati di grattacieli. In quei posti le luci sono perennemente accese, però non puoi passeggiare sulla riva come sto facendo io adesso.
Penso e ripenso al mio compagno di banco, uno stupido che si crede superiore solo perché vive al centotrentatreesimo piano di un grattacielo, non ha capito che se sale ancora un pochino è bello che morto. Il mondo è pieno di stupidi e questa ne è la prova.
Sarà tardi, credo che sia meglio rientrare. I miei genitori avranno terminato di sistemare il pacchetto.
Ho il cuore in gola, questa volta non mi avevano detto una bugia, il regalo c’è davvero sotto la cascata. Voglio aprirlo immediatamente, è una cosa delicata, se resta chiusa per troppo tempo, senza luce, potrebbe morire.
Si, è ciò che avevo chiesto: un alberello in miniatura, vivo, che respira per davvero. Sta in una piccola scatola di vetro sigillata. Spero che duri a lungo, almeno fino a quando divento grande. Voglio diventare uno scienziato e tirarlo fuori dal suo piccolo mondo. Voglio piantarlo e vederlo crescere. Oggi non sarebbe possibile, morirebbe subito se non continuasse a stare chiuso in quello strato minuscolo di atmosfera artificiale.
I miei compagni dicono che sono matto. Ma chissà se un giorno riuscirò ad avere una foresta tutta per me; l’anno scorso l’ho vista in televisione, era bellissima.